M O N O G R A F I E - MINA - Recensioni
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E' tornata una grande voce per Madonna e Leoncavallo

 

di Gino Castaldo

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19 ottobre 1988 - Ridi pagliaccio - Senza alcun gusto della sorpresa, Mina continua a pubblicare ogni anno un doppio album con la stessa immancabile formula: un disco di repechage, tra il vecchio e il recente, e un altro di brani inediti. Anche questa volta è la stessa storia. Non ha voluto cambiare neanche in occasione di un anniversario piuttosto importante, ovvero i trent' anni di attività (a partire dai primissimi acerbi e scatenati esordi col nome di Baby Gate), circostanza evidenziata solo nelle foto di copertina, nelle quali campeggia il volto di Mina grottescamente sovrastato, a mo' di cappellino, da una torta bianca e pannosa, di quelle da torta in faccia con appunto trenta candeline. Null' altro per mandare qualsiasi tipo di segnale al pubblico. Nessun messaggio, nessun saluto. Lo stesso sobrio e distaccato riserbo dell' altro grande isolato Lucio Battisti, il cui nuovo album L' apparenza è già in testa alle classifiche. Ma la differenza è sostanziale. Battisti è uno che ancora vuole dire qualcosa di nuovo, che cerca instancabilmente nuove forme. Al contrario, la grande Mina appare piuttosto come una superba interprete della canzone, seduta su una poltrona dorata e immutabile, che ha smesso di sperimentare, e che una volta all' anno si diverte a mettere la sua prodigiosa voce al servizio di una ventina di canzoni di genere molto diverso. Non mancano le scelte vezzose, come quella di inserire nella parte dei brani già editi una sua particolare versione di In to the groove di Madonna, cantata in modo opposto alla versione originale, su un tono basso e graffiante. E poi il solito cocktail nel quale si affiancano pezzi dei Pooh (Noi due nel mondo e nell' anima) a classici standard jazzistici come Moody' s Mood, citazione particolarmente raffinata perché si tratta della versione resa famosa da James Moody di I' m in the mood for love, così famosa da diventare quasi un pezzo a sé stante dal titolo di Moody' s Mood. E poi una canzone di Enrico Ruggeri (Il portiere di notte), due di Mogol, di cui una firmata con Donida (La compagnia) e un' altra con Aldo Donati (Canzoni stonate). E ancora la celebre I left my heart in San Francisco, che hanno cantato praticamente tutti i grandi interpreti della canzone. Fin qui niente di strano. Esecuzioni come al solito pregevolissime, ma alle quali in un certo senso siamo abituati. L' unica vera sorpresa dell' album è l' inizio della seconda parte, quella dei brani inediti, con una personalissima rivisitazione di Ridi pagliaccio, molto toccante nella prima parte, e poi assolutamente scioccante nella seconda perché dopo un tipico uan, tu, tri, da stacco rock, partono batteria e chitarra elettrica su un pezzo del figlio di Mina, Massimiliano, che sembra una folle conclusione a Ridi pagliaccio. Ed è lo stesso Massimiliano Pani a dominare con le sue composizioni questa parte di inediti, insieme ad altri autori come Paolo Limiti. In questa parte c' è la Mina più attuale, si fa per dire, con cenni elegantissimi di Bossa nova, come è ormai costume fisso di questi dischi, spunti di pop morbido e carezzevole, tanta melodia e qualche strappo di energia per ricordare ogni tanto la verve poderosa di cui la grande voce della cantante è capace. Ancora una volta sembra il canto isolato di una grande interprete che sembra sempre di più considerare la musica come un' attività non più preminente della sua vita. Un talento inarrivabile, ma forse una attenzione solo casuale per la canzone, nel momento di rispettare questo appuntamento annuale del disco, unico cordone ombelicale rimasto esilmente vivo tra Mina e il suo ancora affezionatissimo pubblico.

 

 

La Repubblica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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