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Quelle brutte splendide canzoni della signora Mina

 

di Gino Castaldo

 

Sorelle Lumière (Pdu) - E' curioso notare come col passare degli anni, rimanendo sostanzialmente immobile la pratica discografica di Mina che prevede ogni anno un doppio album, notoriamente diviso in una parte di classici rivisitati e in una di brani nuovi, cambi però l' atteggiamento di chi questi dischi li riceve, li gode, li acquista, li ascolta. Il sole di Mina è fermo in questo universo apparentemente chiuso, immutabile, fuori del tempo e della storia, mentre tutto intorno il mondo si sgretola, cambia, le mode si inseguono e si sovrappongono. Interi universi musicali nascono crescono e muoiono, mentre Mina dal suo divertito, altero eremo svizzero continua a compilare la sua monumentale e soggettiva enciclopedia della canzone. E fuori cambiano anche le reazioni a questi dischi. Dall' aspettativa sempre frustrata di chi vorrebbe infine vederla apparire dal vivo, all' ansia di chi vorrebbe qualcosa di più attuale per alimentare la cronaca, dall' invidia per questi successi discografici ripetuti in totale dileggio delle regole del gioco, fino alla pura e semplice incomprensione. E indubbiamente visto che la realtà esterna esiste e si trasforma, muta anche il valore di questa scelta. Abbiamo già detto in passato del fascino di questa poetica dell' assenza, ma oggi potremmo aggiungere che in questa epoca di presenzialismi selvaggi, di debordanti culti dell' apparenza, di superficialità istituzionalizzata, il riserbo di Mina, la meticolosa cura con cui elabora e canta i suoi dischi, e la sua estremistica estraneità alla bagarre discografica non possono che aggiungere qualcosa in più, impreziosire questa scelta, confermare una fascinazione così poco legata alla moda, in un' era in cui ogni mitologia si è dimostrata fragile, evanescente. Per non dire che poi i cambiamenti ci sono, anche se sfumati, criptici, espressi obliquamente, come gioco invisibile, croce e delizia dei suoi adepti che in Italia rimangono tantissimi, talvolta riuniti in fan club attivissimi e documentati. E il discorso vale anche per il nuovo "Sorelle Lumière", sulla cui copertina compare una Mina futuristicamente trasformata in proiettore cinematografico, bella invenzione che continua nel libretto interno al disco con un cinema pieno di spettatrici allucinate che replicano all' infinito il volto di Mina, che è anche protagonista sullo schermo, marchiata da una M scritta col gesso, come nel film "Il mostro di Dusseldorf". Nella prima parte del disco avviene qualcosa di singolare. Parafrasando il titolo di una sua serie discografica, potrebbe intitolarsi "del mio peggio", e non certo per le interpretazioni vocali, come al solito stupefacenti, ma per la scelta dei pezzi quasi tutti minori, poco conosciuti, o di discutibile bellezza. C' è Come mi vuoi di De Crescenzo, Un nuovo amico di Cocciante, niente di meno che Cigarettes and coffee di Scialpi, e addirittura I' ll fly for you degli Spandau Ballet. Tranne Cry me a river (cantata anni fa da Julie London) e la stupenda I ricordi della sera dei Cetra, due pezzi al di sopra di ogni possibile critica, per il resto sembra quasi che Mina, con vezzo provocatorio, voglia questa volta sfidare la debolezza del repertorio per far risaltare la differenza che fa la sua voce. Si potrebbe dire che, in questa logica, le canzoni contano fino ad un certo punto, che tutto può essere nobilitato, come infatti accade. E c' è anche un altro vezzo, tutto materno, nell' aver incluso, tra i pezzi rivisitati, anche ben tre canzoni che Massimiliano Pani aveva scritto e cantato nel suo disco solista, una almeno delle quali, Come stai, diventa una canzone potentissima, classica, ma di indubbio fascino, e perfino potenzialmente di successo. Ma rimane la stranezza di questa 'compilation' , molto poco rivolta, come invece accadeva in passato, alla rilettura delle più importanti pagine della canzone, o alla riscoperta di esotici gioielli dimenticati o nascosti. E poi c' è la parte degli inediti, realizzata come è noto, attraverso la selezione delle centinaia di proposte che arrivano a Lugano da tutta Italia, non importa se da autori di vaglia o da sconosciuti. Si comincia con la bella apertura di Anima nera, una classica canzone alla Mina, ma molto coinvolgente, passionale, gradevolissima, per passare ad una elegante Se poi firmata da Marrale e arrivare ad una delle stranezze di questo album, ovvero Fuliggine, storia di una specie di moderna Cenerentola, smaliziata e ironica. Particolarmente buffa anche Quando finisce una canzone dove Mina gioca ad imitare i languidi e tremuli birignao delle cantanti degli inizi del secolo. Singolare anche Neve, un pezzo che inizia con un accenno di canto gregoriano, e che emerge come la canzone più fresca e accattivante di tutto il disco, di sicuro un successo radiofonico se solo le radio se ne accorgeranno. E anche qui Mina prova a giocare con la voce per produrre effetti nuovi, in questo caso un effetto di ritardo, quasi il canto seguisse stancamente il ritmo, per finire con un divertente vocalizzo nasale. Tra le altre ricordiamo Amore, amore, amore mio firmata da De Mitri e dai fratelli Castellari, che spesso hanno scritto per Mina, con una notevole abilità nel creare spunti adatti a far emergere certe vezzose e sentimentali possibilità delle sue interpretazioni. Rimarchevole anche, verso la fine del disco, Voli di risposte, astratta ed eterea melodia d' atmosfera scritta da Lele Cerri, e infine l' oscura La follia, atto finale di questo nuovo capitolo dove Mina, divertendosi pazzamente a quello che tutti ipotizzano a vuoto, in mancanza di un suo solo segno esplicito che non sia questo appuntamento annuale col suo disco, si ritrae come un mostro, marcato dal segno M, e oggetto di feticismo da cinematografo. Ma in fondo lo dichiara lei stessa fin dalle foto di questo disco: è Mina che proietta Mina, ed è Mina che guarda Mina proiettata da Mina. Più chiaro di così...

 

 

La Repubblica - 24.10.1992