NADA Selezione bibliografica

 

 

 

Nella mia famiglia ci sono stati parecchi casi di follia a cominciare da mia madre, mia zia, mia nonna. Mia nonna era una donna fortissima, coraggiosa, aveva fatto tanti sacrifici nella sua vita ed era fiera di questo, ecco, io vorrei essere come lei, non mi voglio arrendere, voglio difendere le mie idee, voglio vivere come mi sembra giusto e devo lottare per questo, sembra facile, tutto sembra facile. Se rido ti do fastidio, se piango sono noiosa, se non parlo sono presuntuosa, ma mi posso distrarre? Mi posso annullare? Ne ho il diritto, sono una persona come tutte le altre, no aspetta, come tutte le altre no, perché molte non mi piacciono, non lo so perché, anzi lo so però non perdo tempo, non mi interessa, anche se mi interessa è meglio così, è più comodo, non per me naturalmente che non faccio niente di comodo, non ci riesco non mi viene, tutte le cose alla fine per me sono complicate ma vado fino in fondo proprio come mia nonna, faccio dei sacrifici, visto che le somiglio. Non solo in questo, mi piace molto bere e mangiare, proprio come a lei, e questo a mia madre dà fastidio, me l'ha detto in una delle solite telefonate che partono con "ciao tesoro come va tutto bene? Amore, sì..." e finiscono con urla e maledizioni, maledizione perché è sempre così, vedi, non ci riesco, sembra facile ma non è facile.

Mia sorella dice che me ne pentirò, mia sorella, ma mi sono già pentita tante volte, tanti sensi di colpa, ma che dico, io sono il senso di colpa e tutto questo perché? Per merito di mia madre, queste angosce, questo tormento esagerato, sì perché sono esagerati che mi fanno venire i segni intorno agli occhi, hai voglia di truccarti non se ne vanno, non ne posso più ora sono adulta, adulta che brutta parola, comunque sai che ti dico, non le telefono per un po', ti sembra facile, no che non è facile, e mi sento in colpa, io, poi perché, basta, basta parlare di sensi di colpa.

 

LE MIE MADRI - NADA MALANIMA - FAZI EDITORE (2003)

 

 

A quindici anni Emilia superò brillantemente la prova di danza e venne ammessa al corso più avanzato. Abbandonò definitivamente gli studi per seguire il suo sogno: diventare una ballerina. Non importava se classica o moderna, lei voleva solo ballare. La mattina presto prendeva l’autobus per Androversa. In via degli Oleandri c’era la scuola di ballo di Madame Sophie, una vecchia ed elegante signora francese che diceva essere stata étoile a Marsiglia. Emilia cominciò a prendere lezioni tre volte a settimana, ma finì che ci andava tutti i giorni, prima solo la mattina, poi tutto il giorno fino a sera. A casa il bidello rimaneva sempre più solo. L’aspettava con pazienza, anche fino a tardi ed era lui ora che preparava la cena e sistemava la casa. Ma non gli importava, era felice per Emilia, che quando la sera tornava raggiante e luminosa gli faceva vedere i nuovi passi che aveva imparato e lui continuava ad applaudirla. Una mattina si presentò alla scuola un tipo che diceva di lavorare per la Future Artist’s. Attaccò sui muri del lungo corridoio una decina di locandine: il regolamento per partecipare al talent show Stelle per Sempre. Emilia si precipitò subito da Madame Sophie e la pregò di prepararla per il provino che si sarebbe tenuto nella Capitale. Per più di un mese ballò giorno e notte. Di giorno sotto gli occhi esperti di Madame Sophie, di notte a casa sotto gli occhi incantati del bidello, che non aveva preso con gioia la notizia per paura di perderla, ma nonostante tutto continuava ad applaudirla. Dopo un mese di prove Emilia scese dal treno.
Camminò spedita con l’ansia che le cresceva addosso. Era agitata e non riusciva a orientarsi. A un certo punto si trovò vicino a un gruppo di ragazzi e ragazze saltellanti. Urlavano sguaiati facendo un gran baccano, spingendo e passando insolenti, sgomitando, in mezzo alle file delle tante persone che continuavano imperterrite nel loro percorso, ignorandoli. Emilia capì che erano in attesa dell’agente della Future Artist’s. Si avvicinò timidamente a loro e aspettò. Passò circa un’ora dall’appuntamento fissato. Le ragazze cominciavano a innervosirsi, protestavano, inveivano contro lo sconosciuto, ma quando Arrigo Arrighi arrivò, annunciato da un profumo nauseante, tirarono fuori i loro migliori sorrisi e fra bacetti e sguardi innocenti lo seguirono. Anche Emilia in disparte seguì il cinguettio del gruppo su un enorme pullman con la scritta Stelle per Sempre. Vennero lasciati dall’autista in un piazzale assolato dove altri pullman arrivavano e scaricavano altrettanti giovani. Emilia avrebbe voluto contarli, ma erano troppi e per un attimo si sentì perduta.
Rimasero lì fino a sera per le operazioni di riconoscimento, poi le appesero al collo un cartellino con su un numero, finché una suadente voce da un grande altoparlante urlò: “Via!” e il grande cancello dello studio televisivo magicamente si aprì e finalmente felici e urlanti entrarono nel luminoso colorato luccicante palcoscenico di Stelle per Sempre. Arrigo Arrighi seguiva tutto con scrupolosa attenzione. Era stato anche lui un’aspirante stella. Simpatico, affabile, nonostante la giovane età nella sua città aveva già lavorato come capo del personale di un grande supermercato. Navigato, dimostrava più anni di quelli che aveva, sapeva trattare con la gente, e la responsabile della Future Artist’s, donna furba e avveduta, lo aveva preso a lavorare con loro.
Arrigo Arrighi, sicuro e determinato, cominciò a girare tutte le città, i paesi, le frazioni, le campagne, le borgate, insomma ovunque potesse nascondersi un talento dello spettacolo. Belle ragazze, bei ragazzi, come esigevano a Stelle per Sempre, ed era Arrigo Arrighi a fare la prima scelta, con un sorriso meccanico e un cuore d’acciaio cacciava via quelli che non andavano bene. Ma loro non si perdevano d’animo, se ne tornavano a casa pronti per un’altra occasione, a decine, a centinaia, a migliaia, in un delirio collettivo. Dilagò un malcostume sempre più evidente. La prepotenza, l’egoismo, l’arroganza entrarono a far parte della vita della gente che si impoverì nell’animo per raggiungere i modelli del successo e quell’ingannevole benessere che avevano sempre davanti agli occhi. La miseria cresceva ovunque e la popolazione si divise tra proteste, guerriglie e violenza. Ma c’era sempre il politico di turno che a Stelle per Sempre tranquillizzava tutti con promesse e ottimismo. In quegli anni la politica fece più disastri degli uragani e delle tempeste. Quando Emilia entrò a far parte delle dieci star che per circa tre mesi si sarebbero sfidate a Stelle per Sempre, felice si trasferì nella Capitale portandosi dietro il dolore del bidello.

 

LA GRANDE CASA - NADA MALANIMA - BOMPIANI EDITORE (2012)

 

 

PHOTO Silvia Rotelli

 

Ho conosciuto Nada nel 1968, quando aveva quattordici anni e mezzo, ma per ragioni di maternità, cominciai a lavorare con lei solo dopo Sanremo, dove nel 1969 erra scoppiata con Ma che freddo fa. Era stato Franco Migliacci a diventare suo produttore e autore, dopo la sua prima registrazione de Les byciclettes de Belsize, versione italiana di un pezzo di Humperdinck.

Migliacci capì subito che cantava bene, ma le spiegò che quel suo vocione straordinario non doveva essere asservito a uno stile Piaf, perché non era quello cui doveva tendere. E lei lo aveva guardato sgranando i suoi occhioni, in un'altalena di speranza e paura, mentre gli diceva: "Forse è meglio che torni al Gabbro!".

Nel frattempo, rientrata dalla maternità, cominciai ad occuparmi a tempo pieno della promozione e, direi, anche della vita di Nada. Lei era caparbia, matura, aveva carattere, alle volte era anche troppo testarda, altre si sentiva sperduta in una città come Roma...

Trovai sempre del tempo da dedicarle, e spesso veniva lei in RCA dove alternavamo lavoro e chiacchiere. Andando avanti negli anni, il tempo fu scandito dalle canzoni. Lei tornò a Sanremo con una canzone di Fontana-Migliacci, Pa', diglielo a Ma', nel 1970 con Rosalino Cellamare. Erano entrambi giovani e carini, ma a me non parve la canzone giusta per nessuno dei due, perché Nada, pur ragazzina, era diametralmente opposta alla sua età e avrebbe dovuto e potuto cantare qualcosa di più forte, mentre Rosalino era già potenzialmente il Ron che avrebbe scritto di lì a poco Piazza Grande per e con Dalla, o Cosa sarà per Dalla e De Gregori...

Quando Mattone mi fece sentire Il cuore è uno zingaro capii che Nada avrebbe avuto un'altra grossa occasione. E infatti vinse il Festival del 1971 con Nicola di Bari e andò anche in Eurovisione. In quell'occasione, le feci fare un lungo vestito bianco, scollato e vaporoso. La sua foto, il giorno dopo Sanremo, era su tutti i giornali e su molte copertine. Fu un periodo di grande euforia. Nada, poco tempo dopo, si comprò una casa al Fleming dove fece venire i genitori. E noi seguitavamo a fare trasmissioni come Senza rete e Canzonissima: pur essendo così giovane lei era una star richiesta come un big...

Per il lungo periodo in cui Nada fu prodotta da Migliacci e Mattone, ovvero dal 1968 al 1973, io ebbi la loro completa fiducia. Ho sempre amato lavorare con loro. Certo mi consultavo spesso, ma alla RCA, se eri stato riconosciuto professionalmente, seguitavi a lavorare sulla stima reciproca per cui non c'era bisogno di tanti discorsi. Solo quelli fondamentali, di "indirizzo".

Fu nel '73 che Migliacci si ritirò dalla produzione. L'anno precedente, nonostante con Re di denari Nada fosse arrivata al terzo posto a Sanremo, aveva cantato una canzone popolare ma un po' leggerina, o almeno questa era stata la sua impressione. Lei voleva dei testi più forti. Lo stesso Mattone, che pur aveva scritto la canzone, fu preso da qualche dubbio. Fu Melis, che aveva stima di Nada, tanto che lei stessa riconosce di non essersi mai sentita abbandonata da lui, a darle ragione circa una produzione più matura. Prima però le chiese un ultimo favore: di cantare Brividi d'amore, un'altra canzone "leggera" perché c'era già un accordo per andare a Un disco per l'estate. Lei acconsentì, ma aveva in cuor suo programmato un viaggio in America per fare un corso di recitazione all'Actor's Studio. Non aveva fatto i conti col destino però. A St. Vincent incontrò Gerry Manzoli, il suo futuro marito, contrabbassista dei celebri Camaleonti, e addio Actor's Studio!

Melis prese in mano direttamente la produzione di Nada e fu così che nacque l'incontro con Piero Ciampi. Piero scrisse varie canzoni apposta per lei, come Eri proprio tu e Ho scoperto che esisto anch'io, che diede il titolo all'album. Modificò per lei Confiteor, e lei cantò in maniera sublime Sul porto di Livorno, ma fu un lavoro tormentato: un giorno Piero la strapazzava e il girono dopo la chiamava "sorellina". Alle volte la obbligava a lavorare fino all'alba. Fu per lei un'esperienza notevole, anche se il disco vendette poco, ma, come dice lei stessa, le ha lasciato tanto...

Con Nada preparammo anche un album con canzoni di cantautori. Di Paolo Conte incise Avanti, la mia amata Fisarmonica di Stradella e Arte, di Renzo Zenobi fu scelta Giornate di tenera attesa e poi vari pezzi di Ciampi... (il disco fu pubblicato nel 1977).

Durante quel periodo ricevetti persino una telefonata di Tinto Brass che voleva fare un film con lei. Andai molto preoccupata all'appuntamento, presi il copione e tornai in ufficio. Lo lessi e non mi sembrò certo un film adatto a una ragazzina. Mi consultai con Melis e Nada che furono, ovviamente, d'accordo. Quindi ricontattai Tinto Brass, lo ringraziai e rifiutai la sua offerta. Lui mi rispose, abbastanza alterato, che non sapevo leggere un copione cinematografico. In seguito, Nada fece la parte della servetta di Puccini, che io accettai invece subito per lei, nello sceneggiato con Alberto Lionello e se la cavò egregiamente...

Quando ci siamo riviste, negli anni, lei mi ha sempre detto che tutta la forza che le è rimasta dentro è dovuta anche all'impatto con quei dischi difficili, con quelle esperienze così premature, con autori di quel livello. E che le ha permesso di affrontare la mole di lavoro che seguì, come autrice, con l'aiuto di suo marito Gerry.

Oggi Nada ha una figlia bella e intelligentissima, ed è molto richiesta in vari circuiti teatrali, associazioni culturali, spettacoli organizzati da enti locali. Gira tutto l'anno per l'Italia facendo i suoi recital di canzoni, scrive libri. E' un'altra Nada.

 

PENSO CHE UN "MONDO" COSI' NON RITORNI MAI PIU' - MIMMA GASPARI

BALDINI CASTOLDI DALAI EDITORE (2009)

 

 

Io non mi sono mai sentita un'età... Non so proprio cosa sia. Io sono io. Non mi sono mai posta questo problema, non ho mai avuto la sensazione del tempo che passa per me in quanto donna. Certamente vedo i segni che lascia, ma non mi sento diversa, non me ne rendo conto. Vivo al di fuori dei canoni dell'età anche rispetto alle persone che frequento: non mi pongo il problema se l'altro abbia 15 anni o 40. Posso essere amica allo stesso modo di una persona di 20 anni come di una di 60, senza distinzioni. A volte però mi sento un po' spiazzata dal mio atteggiamento, mi chiedo perché non ho il senso del tempo. Forse non riguarda l'età ma ciò che si vive, ciò che si fa e si recepisce nella vita. Allora posso dire che adesso mi sento più tranquilla. Quando ero più giovane, ero molto più suggestionabile: se ero lontana da casa, se stavo in un brutto albergo, in un posto sperduto, con persone intorno che conoscevo poco, provavo angoscia, stavo male. Se mi accade adesso di stare con persone sgradevoli, di fare cose che non capisco o non mi piacciono, in un posto da incubo, sono meno sconvolta, so come reagire, come gestire la situazione. Probabilmente mi conosco meglio e sono più sicura di me stessa. Ma queste sono solo parole, frasi fatte. Che cosa significa "mi conosco meglio"? Si è sempre in uno stato di cambiamento continuo, cambia tutto intorno a me e io non so razionalizzare: a volte mi sembra di conoscermi, altre volte no. Sono sensazioni legate al momento, non ci sono certezze. Ho cominciato a fare questo lavoro a 15 anni e mi sono trovata in situazioni sconvolgenti per una ragazzina di quell'età, in quell'epoca. Io non volevo neanche fare questo mestiere. Ho dovuto metabolizzare esperienze forti: in alcuni periodi non mangiavo, andavo a cantare e dopo vomitavo, avevo un rapporto tremendo con le persone. Mi dicevano che ero terribile, ma io dovevo difendermi, per questo ero sgarbata, scorbutica. Provavo piacere a smontare quello che gli altri si aspettavano o volevano da me. Non capivo le persone, mi sfuggivano. Oggi sicuramente so gestirmi rispetto a quello che mi succede intorno, Però non so dire se è l'età, perché non ne ho la consapevolezza. Non so che cosa mi accadrà domani, ma finora non ho mai avvertito i cambiamenti degli "anta". Non me ne frega niente, non mi riguarda.

 

FINALMENTE LIBERE - ANTONIO MANCINELLI - SPERLING & KUPFER (2011)

 

 

Cominciava l’estate del 1953, era caldo, mio padre portava mia madre e mia sorella al mare. Una domenica di pomeriggio tardi, mentre stavano tornando a casa, incontrarono sulla spiaggia una zingara che si trascinava dietro i suoi tre bambini sporchi, magri e seminudi, mentre lei era grassa e vestita di mille colori. Sulla sua faccia rotonda come la luna piena spiccavano due guance rosse sulla pelle ruvida, la bocca piccola e sottile, i capelli neri ben pettinati annodati sulla nuca, gli occhi erano verdi e grandi, esageratamente grandi, il naso lungo a forma di gancio pareva poggiarsi sulla fessura della bocca. Camminava lentamente e a ogni passo sembrava sprofondare nella sabbia. I bambini le saltellavano intorno e lei li spingeva e di tanto in tanto dava loro dei calci per allontanarli. Si fermavano a ogni ombrellone dei bagnanti, i bambini chiedevano l’elemosina e lei in cambio di soldi cercava di leggere la mano a qualcuno, ma non ci riusciva quasi mai perché la gente ha paura di queste persone e di conoscere il proprio futuro. Mio padre aveva appena chiuso l’ombrellone, piegato gli asciugamani, raccolto il secchiello di mia sorella, messo in ordine la borsa del cibo e radunato tutto, insieme si stavano incamminando piano, perché mia madre non si affaticasse, verso la fermata del pullman che li avrebbe riportati a casa. La zingara che aveva osservato tutto da lontano puntò dritta verso di loro. «Signora», disse rivolgendosi a mia madre, «voglio leggervi la mano e non voglio niente in cambio». Mio padre cercò di allontanarla, ma lei insisteva, li seguiva battendosi i pugni sul petto, ogni tanto parlava in un’altra lingua, sputava, alzava le braccia al cielo, puntava i piedi per terra, così per tutta la spiaggia, mentre i bambini da parte loro toccavano mia sorella, tiravano la camicia a mio padre, finché arrivarono alla fermata del pullman, quando all’improvviso mia madre si fermò e disse: «Ecco, mi legga la mano». La zingara non se lo fece dire due volte, in un attimo la tirò a sé, le prese la mano e guardandola negli occhi cominciò a mugulare, poi le mise l’altra mano sulla pancia e in un italiano appena comprensibile le disse: «Signora vi nascerà una bambina che vi darà tante soddisfazioni e voi girerete il mondo con lei». Dopo aver detto queste parole se ne andò. Mio padre cercò di darle dei soldi, ma lei li rifiutò, li presero i bambini che erano ancora lì a saltellare. Mia madre un po’ stordita gridò alla zingara: «Come vi chiamate?», lei si girò e dopo un attimo di esitazione urlò tante volte: «Nada Nada Nada». «Che nome», disse mio padre, «dev’essere slavo», e mia madre, ancora frastornata, a bassa voce tanto che nessuno la sentì disse: «Se nascerà una femmina la chiamerò così».

 

IL MIO CUORE UMANO - NADA MALANIMA - FAZI EDITORE (2008)