La Rosa Nera

 

E' sul palco, fuma una sigaretta dopo l’altra, eppure Nico è già morta. Canta, ma la voce arriva da un luogo remoto e oscuro, che i suoi occhi grigi non bastano a illuminare. Celebra un rito in cui la musica non è nemmeno la parte più importante: le canzoni sono distrutte, sfigurate dalla pochezza della band che l’accompagna; è un disastro pure Femme Fatale , scritta da Lou Reed apposta per lei. Così il ritornello lo lascia al pubblico, un centinaio di ragazzotti ubriachi in qualche locale della Polonia. «Eccola che arriva, sta’ attento, ti spezzerà il cuore».
Ma è lei ad avere il cuore spezzato, devastato dalla solitudine, indurito dall’eroina che le scorre nelle vene. È morta e si è trasformata nell'anagramma di se stessa. Da Nico è diventata “icon”, un’icona, già prima di quel pomeriggio del 17 luglio 1988, quando a Ibiza cade dalla bicicletta e batte la testa.
Aveva cominciato presto a girare il mondo: nata a Colonia nel 1938, trascorre l’infanzia a Berlino sotto le bombe; a quattro anni perde il padre (racconterà che fu ucciso da Hitler perché scoperto a lavorare come spia per gli inglesi). A sedici lascia la Germania per Parigi, dove diventa mannequin per Chanel e Lanvin: è allora che prende il nome di Nico. Poi prova col cinema, in Italia: ha una piccola parte ne La Tempesta di Alberto Lattuada, recita ne La Dolce Vita. Fellini, che l’aveva voluta inizialmente come comparsa, ne è affascinato e le ritaglia un ruolo più ampio, in cui impersona se stessa. Emergono già i tratti dell’icona che sarà: la voce profonda, mascolina, con quelle vocali esageratamente lunghe, la bellezza glaciale e astratta, un’affinità istintiva con il buio e la notte. Così, agli inizi della carriera di Nico c’è un lugubre party con Marcello Mastroianni, alla fine un concerto al Planetarium di Berlino, dove canta al riflesso di una luna proiettata sul soffitto.
Dopo un brano scritto da Serge Gainsbourg per la colonna sonora del film Strip Tease, Nico esordisce nel 1964 con Im not sayin, un anonimo 45 giri con Jimmy Page alla chitarra. Vive a Londra, frequenta Brian Jones, Anita Pallenberg, Marianne Faithfull (che quarant’anni dopo le dedicherà Song For Nico). Poi torna a Parigi e lì incontra Bob Dylan, che qualche tempo dopo la introduce nella Factory, dove Andy Warhol è al lavoro sul primo album dei Velvet Underground. Esce nel 1967: uno dei tre brani di Nico, All Tomorrows Parties , sarà tra i più cantati nella storia del rock, da Siouxsie ai Japan, da Nick Cave ai Roxy Music, ma il disco vende pochissimo e le recensioni non sono positive. Nico lascia la band e comincia a esibirsi in proprio. Con il primo album solista, Chelsea girl (1967), elabora uno stile personale, a metà tra l’art rock americano e lo spleen mitteleuropeo. Dal vivo suona con musicisti sempre diversi, tra cui un giovanissimo Jackson Browne e un cantante-chitarrista destinato come lei a diventare un eroe della storia segreta del rock. Si chiama Tim Buckley, morirà nel 1975 di overdose.
A quel tempo, Nico ha già pubblicato i suoi capolavori, The Marble Index e Desertshore: meno di mezz’ora l’uno, ma così cupi e densi che è impossibile immaginarli più lunghi. Nel secondo c’è Le Petit Chevalier, cantato da Ari, il figlio avuto nel 1962 da Alain Delon: è l’unico brano dove non compare l’harmonium, l’organo indiano che ormai usa in tutti i concerti. Lo suona anche il primo giugno del 1974, al Rainbow Theater di Londra, in una serata con Brian Eno, John Cale, Kevin Ayers, Robert Wyatt e Mike Oldfield. Lei, da sola, esegue due brani: l’inno nazionale tedesco, completo delle strofe soppresse dopo la tragedia nazista, e una versione di The End che è puro psicodramma. È il suo omaggio postumo a Jim Morrison, il fratello spirituale, l’uomo che le ha insegnato a trasformare i suoi incubi in musica.
Intanto, Nico prosegue la carriera di attrice (racconta di aver studiato alla scuola di recitazione di Lee Strasberg, insieme a Marilyn Monroe): di quegli anni restano una decina di brevi film sperimentali, per la regia di Philippe Garrel, che fu anche suo compagno.
Poi il silenzio, fino al 1981. Ne esce con Drama of Exile , da segnalare per una versione di Heroes di David Bowie («L’ha scritta pensando a me»). Vive tra Londra e Manchester, dove nel 1985 incide Camera Obscura , il suo ultimo album in studio. Delle interminabili tournée di quegli anni, che toccano anche l’Italia, sono testimonianza Behind the iron curtain e il bel libro di James Young, The End. Nel 1988 il duetto con Marc Almond è un segno del rinnovato interesse per Nico, sempre amata dai musicisti più che dal pubblico. I R.E.M. registrano una rispettosa versione di Femme Fatale, i Bauhaus la vogliono ospite in alcuni concerti, i Dead Can Dance ricreano le atmosfere ossessive dei suoi primi album, poi verranno i tributi di Björk, Martin Gore (Depeche Mode), Antony.

Quando sta abbandonando l’eroina e preparando un nuovo disco, l’incidente a Ibiza. Un tassista la soccorre, ma tre ospedali rifiutano di curarla; così Nico muore per un’emorragia cerebrale il 18 luglio di ventitré anni fa, sola come ha vissuto. Non ha documenti addosso e tutti all’inizio pensano sia uno dei tanti vagabondi che popolano l’isola. Il volto è tumefatto, il corpo sformato: ha lottato per tutta la vita contro la sua bellezza e alla fine è riuscita a cancellarne ogni traccia. Riposa a Berlino, nel cimitero di Grünewald. Sulla lapide, accanto a quello della madre, è scritto il suo vero nome: Christa Päffgen.

 

UNA FEMME FATALE DAL CUORE SPEZZATO - Bruno Ruffilli - LA STAMPA - 2011

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

Bussando alle porte del buio (selezione)

Memorie dal sottosuolo di velluto

 

DISCOGRAFIA

1967/1987 Discografia commentata (Velvet)

 

ARTICOLI

Inni con anima (Rosario Bono) - La voce roca che stregò Warhol e Delon (Chi) - Il cielo sopra Berlino (Velvet) - New York: Live at CBGB's (Popster)

 

RECENSIONI

Drama Of Exile (Mucchio Selvaggio)