Night Club Oliviero

PATTY PRAVO IN CONCERTO 1971/72

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono riserve di piccole e grandi emozioni nella stiva della nostra memoria.

Alcune restano incagliate sul fondo, altre riaffiorano leggere, prive di malinconia, in cerca di una voce.

Tra queste ne ho raccolte alcune, dopo tanto tempo ancora magicamente intatte,

legate alla Versilia, alla musica e ai miei primi quindici anni...

 

1971 - Lo scenario estivo per noi ragazzi poco più che adolescenti, era la superba Versilia degli anni d'oro che ancora non conosceva i "malesseri speciali" del turismo di massa; era la Versilia del mare pulito, dei bagni a mezzanotte, delle interminabili chiacchierate, su e giù per la "passeggiata" di Viareggio. Il luogo ideale per una vacanza all'insegna dell'amicizia e del divertimento.

 

In un afoso pomeriggio di luglio, durante una delle nostre solite scorrazzate in autostop lungo il litorale toscano, ci imbattemmo improvvisamente in una scritta rossa e nera a caratteri cubitali su fondo bianco, stampata su un enorme cartellone pubblicitario: NIGHT CLUB OLIVIERO  20 LUGLIO  PATTY PRAVO. Praticamente la nostra cantante preferita, il nostro idolo biondo!

 

Mancavano pochi giorni all'evento e subito iniziammo a progettare, discutere e farneticare sul da farsi, ridendo e scherzando, in preda ad un vero e proprio bombardamento adrenalinico. Non potevamo permetterci di mancare!

 

Tutto ciò che riguardava la musica, il cinema e il mondo dello spettacolo in genere, era da sempre il nostro pane quotidiano e teneva ben sveglia la nostra innata e insaziabile curiosità. Sarebbe stato un vero peccato lasciarci sfuggire la possibilità di un incontro ravvicinato con quel personaggio così particolare, così diverso, dotato di grande talento, rara bellezza e di un temperamento a tratti sconcertante (un mix esplosivo!). Il suo repertorio era da tempo parte integrante della colonna sonora dei nostri pomeriggi spensierati di bravi studenti, un po' svogliati, mentre le sue vicende umane e artistiche erano (già allora!) oggetto di piacevoli e animate conversazioni. Con quel suo originale e stravagante modo di essere donna e artista, Nicoletta sprigionava una sempre nuova e contagiosa energia e noi vivevamo questo spazio sensoriale nella totale e meravigliosa incoscienza della nostra giovane età, ma senza mai eccedere o scadere in un fanatismo sfrenato e volgare.

 

Alcuni di noi (i più grandicelli) avevano già assistito ad altri suoi spettacoli qualche anno prima, nella bolgia di un Palasport, al Piper di Viareggio o nel corso di qualche manifestazione itinerante, quando insieme a tanti altri cantanti, Patty Pravo veniva presentata come la regina incontrastata del beat italiano. Ma nel frattempo la ragazza del Piper aveva già scompigliato le carte, mandando a gambe all'aria il suo primo manager, i capelloni e la minigonna, azzardando scelte di immagine e di repertorio davvero imprevedibili. Da meno di un mese era uscito Di vero in fondo, il primo album di una ormai famosa trilogia orchestrale, realizzata con autori e musicisti di prestigio internazionale, e OLIVIERO, uno dei locali più esclusivi della Versilia, era davvero il luogo ideale per presentare al pubblico la nuova Patty Pravo.

 

Con il suo immenso parco-pineta in riva al mare, le piscine, il ristorante e le vetrate montate su strutture in legno smaltate di bianco e giallo, OLIVIERO offriva un gran bel colpo d'occhio al visitatore deciso ad oltrepassare l'imponente cancello d'ingresso. Un varco nella notte che pareva dividere la realtà dal mondo dei sogni.

 

Arrivammo ai Ronchi da Viareggio verso le 23, in autostop (come sempre) e dopo pochi minuti di coda alla biglietteria, ci ritrovammo immersi in un'atmosfera coinvolgente ed eccitante, accarezzati dalla brezza marina che veicolava il profumo intenso dei pini e del pitosforo. Centinaia di persone popolavano animatamente il locale conversando, ballando, cenando a lume di candela o semplicemente passeggiando abbracciate lungo i vialetti del parco. Le ultime confidenze, prima di scivolare nella notte con la complicità della luna e di un "buon bicchiere" stretto tra le dita. Un ambiente signorile, lussuoso, ma senza inutili ostentazioni di ricchezza, dove riuscivano a convivere nell'armonia di un'unica grande festa, le diverse anime della Versilia: le gran dame, gli industriali con l'amante di turno, gli ex ragazzi del Piper, i "turisti per caso", i giovanotti della "Roma bene" e di una Milano assai frizzante, ma non ancora "da bere".

 

Anche la musica, lo svago e il divertimento, agli inizi degli anni Settanta, risentivano positivamente della magica alchimia di quel decennio libero e sfrontato che li aveva preceduti. Anni immersi in un tempo e in uno spazio dove il senso della vita e delle cose era carico di mille sfaccettature, di sani entusiasmi e di valori a cui si dava ancora grande importanza. Difficile, se non impossibile, il tentativo di rielaborare, spiegare e trasmettere oggi queste percezioni a chi non le ha vissute in prima persona.

 

Emozionati e piacevolmente frastornati, passammo più di un'ora in allegria, salutando altri compagni di viaggio e stringendo nuove e intriganti amicizie.

 

 

 

 

 

Era da poco scoccata mezzanotte, quando ci si ritrovò tutti quanti seduti sulla pista in trepidante attesa, davanti alla pedana dove si sarebbe esibita la novella Lady Pravo. I musicisti (The Sadu) in doppiopetto bianco e camicia nera, nell'accordare gli strumenti sorridevano davanti ai nostri sguardi impazienti e incapaci di attendere anche solo un minuto di più. Il buio in sala ci colse all'improvviso e iniziarono le prime note della sigla dello spettacolo. Si trattava di Moby Dick dei Led Zeppelin, un pezzo che ancora oggi riesce a creare in me la stessa emozione, la stessa sensazione di attesa. Ancora pochissimi ma interminabili minuti e poi... dal fondo del palco una luce intensa come un raggio di sole dopo la pioggia ci paralizzò di gioia: sotto i riflessi platino dei capelli, raccolti in una lunga coda, ecco spuntare i grandi occhi chiari e il suo mitico sorriso. Indescrivibile, minuta e preziosa come una bianca statua di porcellana, era lì davanti a noi, di turchese vestita, per specchiarsi nei nostri sguardi stupiti e riscoprirsi, se possibile, ancora più bella... Aveva già ipnotizzato la folla, persa ed eccitata nel produrre un fragoroso e interminabile applauso. Nicoletta avrebbe potuto inchinarsi, salutare e andarsene, il miracolo era già compiuto. Fortunatamente, e come da copione, iniziò a cantare e fin dalle prime note nella sala si creò un religioso silenzio: nulla volevamo andasse perduto di quell'indescrivibile pathos che rare volte unisce così intensamente il pubblico e l'artista. La voce bruna e intensa di Patty emanava tutta la sua potenza e il suo calore, sia nell'affrontare Il mio fiore nero che Motherless Child, dimostrando già da allora le sue capacità di escursione tra generi musicali totalmente diversi.

 

I "cuori infreddoliti" si potevano scaldare con le parole e la musica di Foglie morte o della Canzone degli amanti. Chi si sentiva solo, imbrigliava compiaciuto la sua malinconia in brani come Tutt'al più, Wild World, Un poco di pioggia... In questa atmosfera intensa e in verità un po' struggente, ascoltammo anche Yesterday, Di vero in fondo, Love Story e tre cover in lingua originale non ancora incise su disco, I do love you (destinata a diventare Un volto bianco sulla neve), T. L. & R. (Thunder, Lightning and Rain) e Wasn't good enough (che tradotta si trasformò nell'ormai famosissima Non ti bastavo più). Arrangiamenti essenziali ma corposi, con il pedale dell'Hammond a "tavoletta", ma soprattutto un'immensa e originale capacità interpretativa, mai più eguagliata nel corso degli anni a venire, e purtroppo, da dieci a questa parte, destinata a scomparire del tutto...

 

Al termine di Non andare via ci fu un'interminabile ovazione. Nicoletta non finiva mai di ringraziare, emozionata e commossa fino alle lacrime. La serata continuò splendidamente e noi, sempre in prima fila, ci guardavamo ripetutamente negli occhi sorridendo increduli, già pensando a tutto quello che avremmo dovuto confidarci a fine concerto e raccontare agli altri il giorno dopo, nel tentativo di prolungare l'effetto magico ed emozionante di questo intrigante incontro. L'ultimo brano fu l'immancabile Se perdo te e sulle note finali ci alzammo tutti in piedi per renderla partecipe del nostro entusiasmo ormai alle stelle. Lei, ancora commossa, sparì dietro le quinte avvolta dall'abbraccio protettivo del nuovo manager (Ivo Callegari), mentre i musicisti riprendevano le note di Moby Dick. Nessun bis. Più tardi, in camerino, sotto lo sguardo amabilmente severo e protettivo della signora Linda Wolf (amica e consigliera di Patty, da tutti considerata l'artefice e la regista del famoso "cambiamento"), riuscimmo anche ad abbracciarla. Fu gentilissima, sorridente e disponibile.

 

 

 

 

 

Uscimmo dal locale a notte fonda ma non fu difficile in quell'atmosfera di eccitazione e di allegria, trovare un passaggio fino a Viareggio. Quando rincasai tutti dormivano tranne la nonna. Altera e severa, dapprima sbraitò per l'ora tarda (in dialetto napoletano), ma poi con tono dolce e confidenziale, davanti ad un bicchiere di latte tiepido, mi chiese: "Ma è davvero così bella come appare sui giornali e in televisione?".

 

Il giorno dopo, nel pomeriggio, tornammo sul "luogo del delitto". Patty era attesa dal reporter di Oggi per un servizio fotografico, proprio nel giardino di OLIVIERO. Potevamo mancare? Nicoletta era al centro dell'attenzione, come sempre, ma riuscì ugualmente a dedicarci un po' del suo tempo! E furono complimenti, fotografie, autografi, sorrisi e strette di mano...

 

Successivamente riuscimmo ad assistere anche alle altre tre tappe del tour estivo programmate da OLIVIERO. Inutile dire che le serate seguenti furono un concentrato di esperienze uniche e irripetibili, come la prima volta. Eravamo diventati il suo portafortuna, la clac ufficiale più giovane d'Italia... Non pagavamo più nemmeno il biglietto d'ingresso, entravamo dalle porte di servizio insieme a lei, alla signora Wolf e al suo gruppo. L'ultima sera ci ritrovammo tutti insieme (alle tre di notte) a cenare nel locale ormai vuoto, invitati da quel "maschiaccio" di nome Nicoletta che, una volta riposti nell'armadio l'abito da sera, l'erre moscia e Jacques Brel, si piazzò a capotavola con l'immancabile Marlboro tra le labbra e ci spiazzò, raccontando e ascoltando aneddoti e barzellette "irripetibili" e lanciando a destra e a manca battute che (allora) avrebbero fatto arrossire tutte le ragazze della sua età e non solo. Questa volta rientrammo alle prime luci dell'alba, grazie alla corriera delle 6 da Forte dei Marmi. Con una sfacciata disinvoltura, di fronte ai rispettivi parenti inferociti sulla porta, oltrepassammo miracolosamente indenni la soglia di una grande casa che le nostre famiglie prendevano in affitto per tutta l'estate. Guadagnammo in fretta l'entrata della cucina per la prima colazione e poi, finalmente tutti a nanna fino a mezzogiorno e oltre, stanchi ma felici e contenti, tra le braccia di Morfeo a prolungare all'infinito il nostro piccolo, grande sogno.

 

 

 

 

L'estate successiva (1972) il rituale fu replicato, con sommo gaudio di tutti quanti noi, per altre tre serate (ne mancammo una soltanto): "stessa spiaggia, stesso mare", stesso incredibile locale e, ovviamente, nuove e indimenticabili interpretazioni a completare il repertorio, come Col tempo, Io, Un po' di più... Pura, irripetibile, magia!

 

 

 

 

Rosario Bono - 7.7.2010

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17.2.2017